giovedì 29 aprile 2010

L'etica

“Quest’avventarsi contro le pareti del nostro linguaggio è perfettamente, assolutamente disperato. L’etica, in quanto sgorga dal desiderio di dire qualcosa sul significato ultimo della vita, il bene assoluto, l’assoluto valore, non può essere una scienza. Ciò che dice non aggiunge nulla, in nessun senso, alla nostra conoscenza. Ma è un documento di una tendenza nell’animo umano che io personalmente non posso rispettare profondamente e che non vorrei davvero mai, a costo della vita, porre in ridicolo.”
Da Lecture on Ethics di Ludwig Wittgenstein

mercoledì 28 aprile 2010

Facce

Il progetto della mostra fotografica Facce - From me to you and back, nasce nel giugno dello scorso anno durante il seminario Mindful of Otherness promosso dalla Goldsmith University di Londra. Pensai che il tema dell’alterità è il tema centrale del nostro tempo, un’epoca in cui le culture e le mentalità continuano ad affiancarsi, a mescolarsi, ma non sempre a riconoscersi, a convivere ma non sempre a rispettarsi. L’altro non necessariamente è lo straniero (l'altro per definizione), l'altro è chiunque io incontri, ogni persona infatti rappresenta per noi un mistero per certi versi inaccessibile. Ma è possibile un dialogo con chi è differente da noi? Per alcuni è impossibile, per altri si risolve in un’integrazione-conversione dell’altro ai propri valori, per altri ancora è un fine irraggiungibile al quale bisogna però tendere con tutte le forze. Il volto dell’altro è un testo, una scrittura che ci rinvia e differisce ad altro e all’altro ma anche a quell’altro che è in noi e che a volte assume le forme di uno spettro, di qualcosa che è stato rimosso. A queste riflessioni si è unito il ricordo di alcune pagine straordinarie di pensatori come Gadamer, Derrida, Blachot, Levinas, e la mia passione per la fotografia che coltivo da quando andavo alle scuole medie e sviluppavo le pellicole nella camera oscura del fotografo del paese. Né potevo non considerare l’unicità del provincia di Treviso, e del Nordest in generale, che hanno un’altissima concentrazione di immigrati provenienti dall’Est, dall’Ovest e dal Sud del mondo. La mostra Facce, che presenterà una serie di volti più o meno familiari, più o meno differenti, è l’occasione per scrivere una “cartolina” a chi sente di esserne il destinatario, un testo aperto sull’incontro con l’altro da condividere con chi ha vive con sensibilità e capacità di accoglienza le differenze. La mostra in somma come una cartolina che aspetta una risposta, un atto d’amore from me to you and back, un’occasione non silenziosa per proseguire insieme la riflessione sull’incontro con l’altro.

sabato 24 aprile 2010

Il gioco e la regola

Passi e bisbigli nella stanza trapezio di Palazzo Badoer a Venezia, il papillon viola a pois verdi e gialli di Paolo Portoghesi, la foto in bianco e nero di Peter Behrens con un fiore nel taschino. L’editore e l'autore con le bozze del libro in valigia. Il monumento al supremo ignoto nella colonia di artisti di Darmstadt, un superuomo chiamato a sostituire un dio che Nietzsche ha chiamato morto. Per Behrens quel che appartiene alla vita deve ricevere bellezza. Il monastero di Beuron nell’alta valle del Danubio, uno dei luoghi preferiti di Hedegger. Il dialogo mai finito tra il tempio greco che mette in opera la verità e l’architettura. La disponibilità a seguire l’avventura del gusto. Una citazione di Le Corbusier: "Montaigne qui è il benvenuto: 'Il più elevato trono del mondo non si ha che seduti sul proprio culo.' Sì, la regola è il gioco. Ha avuto il denaro per essere servito, poi questo lo asservì e gli uomini hanno dimenticato come si gioca. Quando il mio cliente mi riempie la testa di quella o di quella sua piccola esigenza, io accetto, accetto fino a un cero punto in cui dico no, impossibile! Perché a quel punto siamo fuori della regola del mio gioco, del gioco in questione: il gioco di quella casa, di quell'insieme da cui la regola è nata nell'ora della creazione, si è sviluppata, affermata, è divenuta maestra. Tutto dentro la regola! Niente fuori della regola! Altrimenti io non ho più ragione di esistere. Là è la chiave. Ragione di esistere; giocare il proprio gioco. Partecipare, ma umanamente, vale a dire all'interno di un'esigenza di ordine, di un ordine puro."
Via d’acqua. I filmati nella nebbia e nel fumo del teatro del mondo di Aldo Rossi: una macchina alta 20 metri, a cupola ottagonale, strutturata in tubi innocenti rivestiti in legno. Una donna anni trenta, un’altra che dice di sé: Sono un piccolo bluff, un professore di Amburgo che possiede uno schizzo di Hans Poelzig, lo scenografo del film Il Golem di Wegener, il libro Uni-Angst und Uni-Bluff di Wolf Wagner. Germania anno zero di Rossellini, Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders. Treno, tram, stanza padovana. Filosofici interrogativi su transumanismo, genetica come nuova frontiera della conoscenza, dominio della tecnica, Google e Facebook nuovi circenses. Idee per una casa editrice.
Verso casa.

domenica 18 aprile 2010

Milano 2


(segue il post del 10 aprile) La mostra “Quali cose siamo” è una macedonia di oggetti, installazioni, sculture di artisti giovani e meno giovani. Un’altra exhibition è dedicata a Greta Garbo, un collage di vecchi film in bianco e nero la mostra mentre bacia, seduce, balla. L’orchestra la segue quando lei si ferma e con i tacchi inizia a battere un nuovo tempo, più ritmato, più appassionato, volteggia alzando la mano e sorridendo ai suoi cavalieri; in un’altra scena un azzimato corteggiatore le dice “Siete una creatura reale o siete nata da un fiocco di neve?”. Si esce tra decine di manichini che mostrano i vestiti del suo straripante guardaroba e una grande foto: lei, occhiali neri, la falda del cappello e l’indice che sfiora il naso. Le panchine del castello sforzesco sono strette ma il sole è un largo abbraccio caldo. Alla Biblioteca Trivulziana gli studiosi lavorano sodo, una delle impiegate è su Facebook, alle sue spalle volumi del sedicesimo secolo. “La biblioteca era una spazio polifunzionale – spiega un altro bibliotecario, sulla sua scrivania c’è il saggio ‘Sei secoli di legature’. Qui Francesco Sforza mangiava, riceveva gli ospiti, scriveva.” A metà pomeriggio gli archi, le logge, i corridoi, le colonne della Pinacoteca di Brera si moltiplicano in un altalenante gioco d’ombre sorvegliato da un cielo intenso e luminoso. Uno dei primi quadri è il Cristo morto del Mantenga, le pieghe del lenzuolo, i volti delle donne piangenti sulla sinistra e quel corpo da atleta schiacciato verso il cuscino. Respiri trattenuti davanti a San Gerolamo penitente del Tiziano o la Cena in casa di Simone di Paolo Veronese o il Miracolo a San Marco del Tintoretto, la Madonna e Santi di Piero della Francesca, lo Sposalizio della Vergine di Raffaello, il Cenacolo di Rubens. Nelle ultime sale il Bacio di Hayez, Fiumana di Pellizza da Volpedo e Rissa in galleria, uno splendido quadro di Boccioni. Dopo un caffè al bar Brera, via Montenapoleone è una parata di quadrivetrina: Pucci, Versace, Armani, Ferragamo, Valentino, Louis Vuitton. Alcune giovani dame di compagnia ritirano mazzi di borse per le loro signore. Panino briemelanzaneprosciutto accompagnato da Nero d’Avola, pausa serale all’Hotel Nuovo e poi alle nove “Dialogo nel buio” all’Istituto italiano ciechi di via del VIvaio. Quasi due ore nel buio assoluto attraversando stanze di oggetti, profumi, suoni; voci di volti immaginati, mani su lettere scolpite, macchine parcheggiate, frutta, alberi, computer. Al termine del percorso Cafè noir: cocktail e salatini, un pianoforte in sottofondo, c’è tempo di scherzare: Dove sarà l’uscita? In fondo a destra, che domande. Al chiaro i volti non assomigliano a quelli immaginati, sono più giovani e vengono da Como. Si chiacchiera dell’Italia fino a tardi, vorrebbero dare una speranza al nostro paese, una luce a un futuro che temono buio. Cappuccino e krapfen al bar del Corso. A due passi dal bar un barbone a gambe incrociate, velato da stracci, sciarpe malandate, sacchi a pelo puzzolenti, ricorda nel suo abbandonarsi il Cristo de La Pietà di Michelangelo; solo che non c’è nessuna Madonna a sorreggerlo, dietro di lui solo il freddo granito di un palazzo. Anche tra i quadri e le acqueforti di Goya, in mostra a Palazzo Reale ci sono gli ultimi: “La società cambia, ma anche la scuola ed i giochi dei bambini, i voli degli stregoni ed i loro sabba, la vita dei frati, quella di prostitute, popolane, dongiovanni, signore aristocratiche affascinanti, modeste e umili lavandaie, lattaie, cacciatori, spadaccini, toreri. Nessuno è troppo umile troppo importante per lo sguardo di Goya.” In una lettera scrisse: “Per distogliere la mente dalla considerazione dei miei mali mi dedicai a dipingere una serie di quadri da studio nei quali la fantasia e l’invenzione non hanno confini.” Nelle acqueforti: un legislatore con le ali da pipistrello, una donna che uccide un soldato mentre tiene in braccio un bambino, un prete che alimenta una lampada da cui dipende la sua vita, e la famosa incisione Il sonno della ragione genera mostri. Chissà quali mostri o strane creature si agitano nella mente del barbone seduto vicino al bar del Corso? Prima di uscire l’esposizione “Fuoco”, ancora frasi da sfogliare passeggiando: “Il fuoco è il tempo fisico e l’inquietudine assoluta, dissoluzione di ogni cosa e anche di se stesso, e noi comprendiamo a partire da ciò che Eraclito ha potuto designare il fuoco come concetto del movimento partendo dalle sue determinazioni fondamentali.” (Hegel). “Tutti sappiamo che i libri bruciano ma sappiamo anche che i libri non possono essere uccisi dal fuoco. Gli uomini muoiono i libri non muoiono mai.” (Rooswelt). Un’installazione: una pila di libri in cui sono incastonati degli schermi che trasmettono le immagini in bianco e nero dei roghi nazisti, alternate alle immagini a colori di fiamme. Piove: un tram giallo, un palazzo con due telamoni che sembrano reggersi la testa preoccupati, un balordo chiede soldi a un’anziana suora che spaventata accelera il passo e si allontana, le tranquille vetrine e l’insegna anni Venti della pasticceria Marchesi. Una chiesa della pianura nel centro della città: la romanica basilica di Sant’Ambrogio, una cattedrale di libri, la Biblioteca Ambrosiana con la sua suggestiva sala di lettura seicentesca, la sala Federiciana nella quale sono esposti alcuni disegni originali del Codice Atlantico di Leonardo. I suoi disegni sembrano muoversi mentre li guardi e la sua insolita scrittura pare un prezioso arabesco, un tessuto prezioso che luccica di riflessi diversi. Fuori alcune gocce di pioggia punzecchiano i tram gialli che ricordano quelli di Lisbona. La Loggia degli Osii in piazza dei Mercanti con il suo caratteristico balconcino , detto “parlera”, dal quale nel Medioevo i magistrati annunciavano al popolo editti e sentenze. Un africano suona il sax davanti ad una saracinesca rossa, un fruttivendolo con l’insegna “L’ortolàn püsee vecc de Milan” e le vetrine dell’enogastronomia Peck “a Milano dal 1883” ricordano Harrods. La commessa die the è di Parigi, era venuta a Milano per uno stage in hotel a cinque stelle, è laureata in marketing e comunicazione del lusso, ha deciso di fermarsi qui, forse ha trovato l’amore . I the aromatizzati sono profumati anche nei nomi: Deux Chinois, Melange du Prieure, Oolong fiori d’arancio. Nella cantina vini di tutto il mondo: Argentina, Cile, California, Perù. Una bottiglia di Masseto dell’Ornellaia è in vendita a 10.000 euro. Due fidanzati si baciano in Galleria, un signore che ricorda Enzo Biagi cammina lungo il dehors del bar Zucca, una pianista suona Debussy. Cena al ristorante Nabucco, quartiere Brera: arie di Verdi in sottofondo e ottimo risotto alla milanese accompagnato da un Terratico di Bibbona; pessimo il cameriere che non sa stare in equilibrio tra educazione e confidenza. Sorprendono i fiori di zucca scottati in padella con ricotta fresca e pesto leggero; come dessert tarte tatin, una torta di mele particolare: le mele sono cotte nella tortiera ma la pasta brisè viene aggiunta dopo cosicché a cottura avvenuta il dolce va rovesciato sul piatto. Nel tavolo accanto un lui attempato e una donna sui trent’anni dai lineamenti asiatici. Discutono in tedesco di musica e sono affettuosi tra di loro. Fuori dal locale una signora vestita di rosso predice il futuro ai passanti. Il ritorno è nella pianura sfogliando un libro su Goya, sonnecchiando e sbirciando la campagna morbida di pioggia.

giovedì 15 aprile 2010

La pietà


Venerdì santo: un barbone a gambe incrociate, velato da stracci, sciarpe malandate, sacchi a pelo puzzolenti, ricorda nel suo abbandonarsi il Cristo de La Pietà di Michelangelo; solo che non c’è nessuna Madonna a sorreggerlo, dietro di lui solo il freddo granito di un palazzo.

martedì 13 aprile 2010

Forattini


Incontro Giorgio Forattini a Milano nel noto locale "Zucca in Galleria". Quando gli dico che abito in provincia di Treviso, mi racconta che sta preparando delle vignette per un'azienda alimentare di quelle parti: “Ho scelto come tema il mondo del circo: mi sono ritratto da domatore, da saltimbanco, da donna cannone, da acrobata. Per me è un sollievo uscire ogni tanto dalla satira politica. Il mondo della pubblicità e delle aziende lo conosco bene, per molti anni ho fatto il copywriter. Lo slogan Cin cin Cynar per esempio è mio ma non me l’hanno mai pagato; ho disegnato campagne pubblicitarie per Fiat, Alitalia, Kenwood”. Quando chiedo che posto occupa il Veneto nel suo cuore parte da lontano: “Ci venivo negli anni Cinquanta come rappresentante della Triplex, una ditta di aspirapolveri. Poi ci tornai, dopo aver iniziato la mia carriera di vignettista e fondato Repubblica insieme a Scalfari. Ricordo le vignette con Cacciari simile a una scimmia e il simbolo del Mose realizzato per Luigi Zanda. Ripensa a vecchi amici come Carlo Nordio e Arrigo Cipriani. Close up finale su Venezia: “Sgarbi mi ha promesso che dovrò realizzare qualcosa per la Biennale … sempre che nel frattempo non cambi idea”.

sabato 10 aprile 2010

Milano

In treno si viaggia a volte tra chiacchiere surreali. Una ragazza abbracciata al suo lui sovrappeso: “Che lungo che quel treno”. Lui: “Viene da Parigi”. Lei: “Cosa vuol dire…che è lungo fino a Parigi?”. Nella metro un rumeno suona il sax ma nessuno lo bada. Un ciliegio fiorito spennella le vetrate del Duomo. L’hotel si chiama Nuovo, ma nuovo non è. La prima vetrina è un monte di panini imbottiti, la seconda una pasticceria siciliana, la terza è un’amnesia. Non va di fretta Milano in questo venerdì di Pasqua. Sugli scaffali di un venditore di libri usati “Banchetto nel deserto” di Alexia Mitchell, “Saluti Notturni” di Piero Chiara, “Nel regno adorabile dell’asinità” di Alvise Sangalli e “L’evangelario purpureo di Sarezzano”. Una donna imbronciata, borsa scura e tacchi, parla all’I Phone, poi un violinista di Zagabria dall’aria stanca, una xilofonista di Stoccarda e, prima del Castello sforzesco, una protesta di turbanti colorati del Punjab: l’ambasciata non rilascia loro i passaporti per tornare a casa. Nei fossati del castello un gatto si dondola sui rami di un albero senza foglie. È ora di pranzo, alla Triennale il menu del Design Cafè è très chic: Ravioli di melanzane alla concassè di pomodoro fresco e burrata d’Andria, Darna di trota salmonata al forno in salsa Martini con ragout di carote allo zenzero ed erba cipollina, Coppa d’ananas al moscato con profumo di lime e menta. (continua)

giovedì 8 aprile 2010

Grand Splendid


Progettato nel 1919 dagli architetti Pero e Torres Armengol, era il più grande teatro di Buenos Aires, oggi è la più grande e originale libreria del Sudamerica: si chiama El Ateneo (il nome dellla casa editrice che la gestisce) Grand Splendid. Il quotidiano britannico The Guardian l'ha inserita fra le cinque librerie più belle del mondo insieme a Boekhandel Selexyz Dominicanen, Maastricht, Olanda - Livraria Lello, Porto, Portogallo - Secret Headquarters, Los Angeles, Usa - Borders, Glasgow, Gran Bretagna.

Le jardin

Des milliers et des milliers d'années
Ne sauraient suffire

Pour dire
La petite seconde d'éternité
Où tu m'as embrassé

Où je t'ai embrassée
Un matin dans la lumière de l'hiver
Au parc Montsouris à Paris

À Paris

Sur la terre
La terre qui est un astre. 


Jacques Prevért

martedì 6 aprile 2010

In cucina

Impasse
“Ma non senti quello che ti dico? Alla tre aspettano i primi, e siamo indietro con gli altri tavoli.” Sai che me ne frega a me, il sugo schizza via come un caimano impazzito, il frigo è andato in tilt e quella stronza di Federica non ha risposto al mio sms.
Carlo era arrivato tardi, non aveva preparato le basi, si era dimenticato di ordinare il pesce e le verdure, l’aveva cercata ma lei non rispondeva. In poche parole era nella merda.
Patricia
Daniyal trattenne il fiato, la nuova aiuto cuoco aveva minimo vent’anni meno di lui. Ma non era la differenza d’età a farlo tentennare, né il fatto che lui fosse sposato. Il problema era la sua gastrite che stava aumentando. Schiacciò il tasto automatico del forno e le diede il benvenuto. Patricia si presentò, veniva da Puerto Rico. Sarebbe riuscito a tenerla fuori dal suo cuore?